Influencer, mettetevi in gioco, fate un rally vero!

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Giacomo Cunial

Negli ultimi anni l’automobile sportiva ha trovato un nuovo modo di raccontarsi.


Non passa più soltanto dai circuiti o dalle prove speciali, ma dai passi di montagna, supercar che slimitano, auto più normali bombardate scoppiettanti, video e storie a go-go. In particolare in inverno o quando arriva la neve. Quella che ai tempi pre-social era una sottocultura con le sue regole e codici, è diventata una piattaforma di generazione di contenuti per cosiddetti influencer.

Lo possiamo leggere negli articoli degli ultimi giorni, commentati bene da Matteo Parenzo (automoto.it) nel suo video-editoriale.

Tutto bellissimo, panorami meravigliosi, alcune auto che sono vere opere d’arte in movimento. Nulla in contrario, anzi. Modalità “sport plus”, “TC off” traversi, riprese dall’angolazione giusta. Bello. Adrenalina pura, direbbe qualcuno. La voglia di farlo c’è ovviamente, ispirano molto ed è sicuramente un linguaggio efficace. Quasi pornografico. Poi però, grattando sulla superficie, iniziano ad emergere il limiti di questa pratica.

C’è l’influencer che sale il passo all’alba quando non c’è nessuno, quello che spiega come tenere il volante da veri piloti (sigh!), quello che ti dice che la RS3 va più forte di un’auto da rally, quello che c’ha la macchina *praticamente* da rally, et cetera. Il messaggio non è mai esplicito, ma è chiaro: guardate come è bella la mia macchina, quanti soldi c’ho da spenderci sopra, ma soprattutto guardate come si guida (sono un eroe! Guarda, follower, come McRae!).

Disclaimer: è esclusa dal discorso una piccolissima minoranza di contenuti che riguardano auto iper-rare o iper-costose, che altrimenti sarebbe impossibile vedere se non in garage segretissimi, e vederle in azione sfrecciare e liberarsi per ciò che sono state costruite, la velocità, è arte e piacere allo stato puro. Anzi si ringraziano i possessori per usarle come si deve.


Finito di scrollare questi video, resta una sensazione difficile da definire.


Non riguarda lo stile o la qualità dei soggetti, delle immagini. Riguarda ciò che manca, cioè la realtà della prova, della regola, del mettersi in discussione. Non perché chi guida non ne sia capace, ma perché non viene mai richiesto un confronto, che è il sale, il pepe e l’olio dell’automobilismo sportivo.

Non c’è un tempo, non c’è un confronto, non c’è un risultato che resti. Tutto è deciso prima di registrare il video o al massimo prima di pubblicare. E se va male tanto meglio perché il crash fa più interazioni.

Un esercizio di stile, privo di risultati misurabili, puro show da intrattenimento senza contenuto, manca ciò che rende una prestazione autentica — il coraggio, la concentrazione, la capacità di trasformare la velocità in prova. Essere piloti è un’altra cosa. Quindi, perché non farlo davvero?

A ben vedere, questa differenza di colorazioni non riguarda solo l’automobile. È la stessa che esiste tra palestra(ti) e sport(ivi). Tra una pratica che lavora sulla forma, sull’esecuzione, sull’immagine del gesto, e una che introduce un elemento destabilizzante: la possibilità di perdere. La palestra è un luogo sicuro. La pratica dello sport no. Ti espone senza che tu possa avere il controllo su tutte le cose, solo sul confronto. Molto dell’automotive contemporaneo assomiglia alla prima logica.

È una palestra della guida: performance al servizio dello show. E il rally, che è poi la parola per descrivere quello che fanno questi personaggi (molto spesso usata in modo spregiativo dal giornalismo tout court) resta uno degli ultimi luoghi in cui l’automobilismo resiste alla rappresentazione totale. Non perché sia più nobile, ma perché richiede una cosa rara: il coraggio.

Il motorsport non vive di popolarità di massa.


Non è nello spirito del tempo, e in certi ambienti contemporanei è visto con sospetto, se non con fastidio. Se, oltre a questo, ci mettiamo anche noi in difficoltà con pratiche che sembrano solo estetiche, senza rischio né confronto reale, rischiamo di svuotare ulteriormente il senso di ciò che facciamo. Lungi dal moralismo, è questione di realtà.

Quindi influencer, tirate fuori le palle e fate un rally vero, mettetevi in gioco!
Che abbiamo tutti da guadagnarne.

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