Il rally è anche viaggio.
Lo ripetiamo spesso, è diventato un mantra.
E nella recente trasferta nel Nord dell’Inghilterra, ai confini con la Scozia, ai confini dell’Impero (Romano: il nostro cottage era letteralmente sul Vallo di Adriano), ce ne siamo accorti ancora una volta, apprezzandone ancor più il valore profondo.
Questo sentimento di scoperta, reso possibile da quelle strade e da questa forma di turismo unico e particolare — non over ma Gran, come definito dagli inglesi dell’Ottocento quando venivano sul Continente attraversando la Francia (“la Francia è la distesa di terra che sei obbligato ad attraversare per arrivare in Italia”, cit. James May) — è stato poi ripreso nel titolo del celebre format del trio più famoso del mondo e, nel 2024, anche nella mostra curata da Camillo Langone al Museo Le Carceri di Asiago.
È un turismo “Grande” nel significato, quello di cui abbiamo davvero bisogno, e che si accosta quasi naturalmente alla disciplina dei rally. Un potenziale che, nella promozione dello sport contemporaneo, ancora sfruttiamo pochissimo.
Questo senso di viaggio, unito alla purezza che restituisce vedere un’auto sfrecciare su una strada sterrata, di traverso, tra i boschi sospesi tra Galles e Scozia, tra fango e ghiaccio, mentre il tempo sembra dilatarsi e gli echi dei motori arrivano e scompaiono… e con quella luce che solo quella parte del mondo può offrire in autunno. È il fascino del rally: quello autentico, che si misura in avventura e passione.
Un’essenza di cui la disciplina non può fare a meno. Il recente Roger Albert Clark Rally ce lo ha ricordato con forza, riportando alla memoria le epiche corse del passato e offrendo spunti preziosi su ciò che ancora oggi è possibile fare. Un’etica ed estetica senza eguali nel mondo del motorsport.
Dal cuore di Carmarthen fino a Carlisle, dall’iconica Sweet Lamb fino alla suggestiva Kielder Forest in Scozia, i partecipanti hanno percorso oltre 550 km di prove cronometrate. Ma questo non è solo un numero: ogni chilometro è un pezzo di storia, un ponte tra i rally di ieri e quelli di oggi.



Ciò che rende speciale il R.A.C. non è solo il rally in sé — con le sue regole particolari, i chilometri di Prove Speciali, le cinque giornate di gara — ma lo spirito, l’atmosfera che si respira, simile a quella francese. Il rally fa davvero parte della cultura locale: non è un evento estraneo, da fare in fretta e quasi in silenzio per non dare fastidio. Quella subordinazione culturale che in Italia è fortissima, lì non esiste. Anzi. Certo, noi eravamo dentro all’evento, ma le vibes erano oggettivamente diverse.
E poi le regole: flessibili il giusto, soprattutto per quanto riguarda una sorta di “SuperRally” per il rientro dopo un ritiro o una certa elasticità sui Controlli Orari. Tutto è pensato con un obiettivo: permettere ai partecipanti di godersi l’esperienza, concentrarsi sulla guida e sulla bellezza dell’evento. È chiaro che non far parte di un campionato aiuta, ma è comunque un modello da cui prendere ispirazione anche per i regolamenti moderni. L’opportunità di incontrare in M-Sport — oltre a zio Malcolm, ovviamente, ma questa è un’altra storia — una vecchia conoscenza rallystica italiana, Veronica, che ci ha ospitati a casa sua e ci ha presentato il suo ragazzo, ben inserito in Motorsport UK, è stata una di quelle fortune che aiutano gli audaci.
Michael ci ha fatto da Cicerone, tra qualche Guinness, un Gin Tonic e il parco assistenza di Carlisle, facendoci scoprire non solo il R.A.C., ma anche il rally “in salsa inglese”. E abbiamo scoperto cose molto interessanti di cui vi parleremo: una in particolare ci ha gasati da matti. In Inghilterra sta prendendo piede una forma di rally chiamata Road Rally, una sorta di corse illegali… legalizzate. “I rally abusivi sono il futuro”, lo avevamo già detto. Ma non vogliamo autocitarci.



Insomma, senza dilungarci oltre, sembra quasi che il rally moderno possa ritrovare nuova linfa se saprà recuperare quell’anima di avventura e libertà che lo ha reso leggenda. E che al R.A.C. abbiamo ritrovato in ogni sfumatura. Non serve inseguire la tecnologia fine a sé stessa o spettacolarizzare ogni dettaglio: basta guardare al percorso, ascoltare il rombo dei motori e ricordarsi perché ci si innamora davvero di questo sport. E, certo, comunicarlo con forme e linguaggi nuovi.
Il Roger Albert Clark Rally, in fondo, è una lezione su come il passato possa indicare la strada del futuro.
Ci ricorda che il rally non è solo competizione, ma anche scoperta, emozione e comunità. E se la passione saprà contagiare i piloti di oggi come ha fatto con chi, decenni fa, affrontava strade simili con un numero sulle fragili portiere, allora il rally ha davanti a sé ancora una stagione di straordinaria vitalità.
“Non sono più i rally di una volta”, d’altronde.




