Quelle di disperazione di Oliver, quelle di gioia nascoste negli occhi di Elfyn. La fine dell’era Rally1 incorona Evans e Martin in Sardegna dopo una Power Stage da brividi. La gloria del “Good Lad”, la tragedia sportiva di Solberg e il senso profondo del motorsport.
Gloria, dramma, vittoria, disperazione, agonia. C’era tutto il rallysmo, tutto il motorsport, tutto lo sport – nell’ultimo Rally Italia Sardegna che abbiamo vissuto. Elfyn Evans e Scott Martin vincono il Campionato del Mondo di Rally in una giornata che passerà alla storia.
L’ultima danza delle vetture Rally1 non poteva chiedere un epilogo più epico. L’epilogo di un’era tecnica sembrava destinato ormai a coronare la corsa folle e straordinaria di Oliver Solberg ed Elliott Edmondson. La loro è stata una pennellata d’autore su quattro ruote, pattinatori sulla ghiaia a velocità supersonica per tre giorni interi. Ma come nel ballo, un’unica caduta può rovinare la performance di una vita. Tra i cespugli e la sabbia della Sassari-Argentiera, all’ultima curva della Power Stage, quel testacoda a un soffio dal traguardo ha capovolto il destino che già aveva riscritto le sue pagine più volte in pochi giorni. Solberg ha vinto la gara sul piano cronometrico, ma per quei pochissimi, maledetti secondi persi nel polverone della curva ha visto volare via un sogno, anzi il sogno. È l’epica più pura e spietata del rally: lo spettacolo che nasce dal gesto sportivo, e mai il contrario.
Attorno a questa sfida si è consumata una guerra di nervi, umori, forature e strategie. Sebastien Ogier ha fatto ancora una volta il maestro d’orchestra, senza intromettersi mai realmente nella lotta per il titolo Mondiale ma chiudendo con solidità sul podio. Divertente lo scambio di battute tra una PS e l’altra con uno scatenato Solberg, che gli rimproverava quasi ironicamente di “essere troppo lento” per fare da ago della bilancia.



Thierry Neuville e la sua Hyundai i20 hanno provato a far saltare il banco tra venerdì e sabato: esattamente quello che tutti si aspettavano dal campione belga, che ha imposto un ritmo indiavolato da guastafeste puro finché la meccanica e il degrado gomma non lo hanno ridimensionato. E poi Sami Pajari, il terzo incomodo nella corsa iridata marchiata Toyota: un po’ sottotono nel momento decisivo e schiacciato dalla morsa psicologica della sfida interna tra i suoi ingombranti compagni di squadra, ma comunque capace di confermarsi come una giovane realtà del Mondiale. Pajari non ha sfigurato di fronte ai giganti, restando agganciato ai primi con una maturità impressionante per la sua età.
Il Good Lad contro Hollywood. Il gallese pragmatico e silenzioso contro il talento istintivo, mediatico e viscerale del figlio d’arte. Due stili, due modi d’intendere la vita, due storie diverse accomunate dalla stessa identica fame.
Evans ha dovuto fare il lavoro sporco: spazzare le strade sarde nella prima tappa, soffrire per la pressione di essere la preda, incassare il distacco e persino gestire una foratura da brivido prima di tentare la stoccata finale nella Power Stage. Quella Yaris piallata dai sassi della Sardegna si è trascinata fino a un quinto posto complessivo che vale più di mille vittorie di tappa: è il piazzamento che rompe definitivamente la maledizione dei suoi cinque secondi posti iridati, togliendogli di dosso l’etichetta dell’eterno secondo.
Intorno a questo tabellone dei tempi c’è stato il contorno di un evento memorabile: le facce sbalordite degli altri piloti, spettatori in prima fila e non più avversari, degli uomini in assistenza, la polvere entrata nei polmoni del pubblico assiepato lungo i muri di pietra a bordo strada, con gli occhi sgranati davanti a un sentimento troppo grande per essere spiegato soltanto con le parole o con i tabellini della FIA.
Ha vinto Evans, ha perso Solberg.
Questo è il verdetto agli atti e nell’albo d’oro. Ma chi era lì, sommerso dalla polvere sarda e abbagliato dal Sole del Mediterraneo, sa che in quel finale c’è stato molto di più.




